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E uno…
Eccolo il primo sindaco a 5 Stelle. Ecco chi sono i nostri ragazzi, le loro competenze, la loro passione, la loro voglia di sognare un’Italia diversa. Una politica senza soldi, senza partiti. http://goo.gl/nMNzc
La civiltà dell’empatia
Quello che lo spot contro la pirateria non dice
La Federazione Editori Musicali ha arruolato artisti del calibro di Roberto Vecchioni, Enrico Ruggeri, Gino Paoli e altri (età media 63 anni, nota un commentatore su YouTube) per l’ennesimo spot contro la pirateria digitale. Eccolo:
Diverse affermazioni mi sembrano contestabili, false, incomplete o controproducenti. Provo a spiegare perché, una a una:
«In tutto il mondo si sta discutendo di come regolamentare la diffusione di contenuti su Internet.»
Vero, ma perché interessa alle lobby dell’intrattenimento, che premono da anni per norme più stringenti contro la pirateria online. Non mi risulta che tutto il mondo discuta del fatto che circa un miliardo di cittadini digitali già subisce una qualche forma di filtraggio dei contenuti online. O della possibilità concessa alle aziende occidentali di fare profitti per 5 miliardi di dollari vendendo strumenti di sorveglianza digitale a regimi autoritari che li utilizzano per identificare e uccidere i dissidenti. Sarà questione di punti di vista, ma io trovo siano questioni più pressanti rispetto a riscrivere le leggi sulla tutela diritto d’autore online. Per il semplice fatto che ci sono in gioco (tante) vite umane.
«La pirateria digitale sta distruggendo l’industria culturale.»
Se fosse vero, come si spiegherebbe che «il valore dell’industria dell’intrattenimento a livello globale è cresciuta da 449 miliardi di dollari a 745 miliardi di dollari» tra il 1998 e il 2010? Come che secondo IFPI l’industria musicale è passata da 132 a 168 miliardi di dollari? (fonte) Se non si è d’accordo con questi dati, andrebbe quantomeno spiegato che esistono, esiste una annosa e complicata disputa metodologica sulla loro bontà, e perché non dovrebbero essere considerati validi.
«Pensate che solo in Italia si calcola siano stati persi 22 mila posti di lavoro, con un danno economico di oltre 1 miliardo di euro.»
Non «si calcola»: lo studio TERA, lo calcola. I dati senza fonte non sono dati. Perché ometterla? Eppure c’è chi solleva più di un dubbio sulla oggettività dei risultati ottenuti. Per esempio obiettando che tra i committenti figurino proprio i diretti interessati, quelli dell’industria dell’intrattenimento.
«Di fronte a proposte di legge che potrebbero fermare la pirateria [...]»
Falso, allo stato attuale non si conoscono proposte di legge che potrebbero «fermare la pirateria». Non senza pagare un prezzo folle in termini di violazione dei diritti degli utenti. Infatti, nemmeno la severissima Hadopi francese ha avuto un effetto apprezzabile nel contrasto della pirateria. E, di converso, strumenti per combattere (giustamente) siti come Megaupload, citato nel corso del video, ci sono già: tanto è vero che è stato chiuso, ed è chiuso.
«I grandi social network e i motori di ricerca si oppongono.»
Veramente ad opporsi, oltre a loro, sono tutte le principali organizzazioni per la difesa dei diritti digitali del mondo, progetti collaborativi non a scopo di lucro come Wikipedia, i massimi esperti di architettura di Rete e – non ultimi – milioni e milioni di utenti. Poi non è che l’industria dell’intrattenimento sia fatta da «piccoli», a quanto mi risulta.
«Dicono che è messa in discussione la libertà di espressione.»
Affermazione cui segue questa faccia:
Impossibile aggiungere altro.
«Ma davvero si può pensare che gli artisti e i produttori di cultura di tutto il mondo abbiano qualche interesse a limitare il diritto di espressione e la circolazione libera delle idee?»
Ma non serve pensarlo: basta pensare che non abbiano valutato i danni collaterali che le norme che chiedono possono produrre. Il sospetto è più che fondato.
La pirateria uccide il mondo della creatività e della fantasia
Boldrin e Levine, due stimati economisti e non due ‘pericolosi pirati’, hanno scritto un intero volume per dimostrare il contrario. E, a mio avviso, hanno buoni argomenti sia dal punto di vista storico che da quello teorico. Questo grafico sembra confermarlo:
A causa delle «strane distorsioni del copyright», scrive The Atlantic, nel magazzino di Amazon c’è il doppio dei libri pubblicati nel 1850 rispetto a quelli pubblicati un secolo dopo. Perché? «Perché a partire dal 1923, la maggior parte dei titoli è protetta dal diritto d’autore.»
«L’intera industria culturale è destinata all’estinzione se non si fermano i siti pirata.»
No, è destinata all’estinzione se non è in grado di adeguarsi agli strumenti attraverso cui si diffonde.
«Chiediamo che non siano derubati gli artisti, gli autori, i produttori, gli editori. E con loro i milioni di lavoratori dell’industria culturale.»
D’accordissimo. E allora perché non incentivare con molta più decisione i trend positivi dei download legali? E poi siamo proprio sicuri che il ‘vecchio’ sistema del diritto d’autore tutelasse gli artisti? Se così fosse, come mai il commissario europeo all’Agenda Digitale, Neelie Kroes, si è recentemente sentita in dovere di intervenire sostenendo che «dobbiamo ritornare ai principi fondamentali e mettere l’artista al centro non solo della legge sul diritto d’autore, ma della nostra politica di cultura e crescita»?
«Chiediamo che i siti che distribuiscono contenuti siano legali e che rispettino le regole, come tutti.»
Il punto è proprio che non è vero che ‘tutti’ rispettano le regole. E non tutti lo fanno perché bramano di schierarsi dalla parte dei criminali, ma perché le regole non sono più adeguate alla società che devono regolare. E se adeguassimo le regole del gioco a ciò che il gioco è diventato, invece di cercare – inutilmente – di farlo tornare a essere ciò che era vent’anni fa?
«Chiediamo che il web sia gestito da persone oneste.»
Questa frase è semplicemente priva di significato.
«Difendiamo la libertà di fare cultura.»
Sono d’accordo. Ed è proprio per questo che la difesa del sistema attuale è sbagliata: non serve a raggiungere quel – nobilissimo – obiettivo.
Anonymous manda offline il sito del Vaticano
Cade anche il portale della Santa Sede: l’azione è stata rivendicata dagli attivisti italiani. “Siete retrogadi” l’accusa, e scatta un nuovo Tango Down
07 marzo 2012 di Philip Di SalvoVatican.va è al momento non accessibile. Gli Anonymous italiani hanno colpito i server del portale Web della Santa Sede e li hanno messi offline. Già diramata anche la rivendicazione, postata sul blog ufficiale del movimento cyberattivista nel nostro paese. Come si può leggere nel comunicato, l’attacco è stato sferrato “in risposta alle dottrine, alle liturgie ed ai precetti assurdi ed anacronistici che la vostra organizzazione a scopo di lucro (chiesa apostolica romana) propaga e diffonde nel mondo intero” e cita, tra le altre questioni sollevate, anche le ingerenze del Vaticano nella politica italiana, la gestione dello scandalo dei preti pedofili, invocando una revisione dei Patti Lateranensi per nel prossimo futuro.
Il sito della Santa Sede è l’ultimo obiettivo centrato da Anonymous in Italia; lo scorso 4 marzo, in segno di solidarietà con i manifestanti No Tav della Val di Susa, il gruppo hacker aveva buttato giù anche le pagine Internet del Governo, del Ministero degli Interni, della Torino-Lione e della Lyon-Turin Ferroviaire – non quella di Facebook, come si sospettava inizialmente. Solo qualche giorno fa il più recente report di Impervia aveva indicato come Anonymos avesse già cercato in passato di mettere offline il portale vaticano nel 2011. Al momento la Santa Sede si è limitata a parlare di ”problema tecnico in via di risoluzione”.
No Tav? Non lo so, però…
Frase del giorno
Berlusconi-Mills
“… e tutti questi reati andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di prescrivere”. Spinoza
Altro che Celentano!






