L’uomo è un “animale sociale”

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Le barriere artificiali contro l’arrivo di stranieri si estendono per diciottomila chilometri in tutto il mondo. Il più lungo in Marocco, il più piccolo tra le due Coree

L’Ungheria ha appena annunciato la costruzione di una barriera alta 4 metri lungo i 175 km di confine con la Serbia per evitare l’arrivo di profughi. Sarebbe solo l’ultimo di una serie di muri costruiti, in Occidente e non, per fermare l’immigrazione. La loro lunghezza complessiva raggiunge oggi quota 18mila km: si passa dai 4 km del muro al confine tra Corea del Nord e Corea del Sud ai 2.735 km del muro marocchino. Ecco una mappa di Ansa/Centimetri delle principali barriere artificiali pubblicata sul Mattino di Napoli:

mappa muri nel mondo(Immagine: Ansa/Centimetri. Fonte: Il Mattino di Napoli)

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Scrive Antonio Manzo:

Dopo la Cortina di Ferro del Novecento, costruita in piena Guerra Fredda, spuntano i Muri della Sicurezza nel Millennio delle migrazioni. Nel novembre del’89, a Berlino, fu picconato il muro che proteggeva una striscia fatta di fili spinati, torrette di avvistamento, fossati, steccati, muri di cemento, nel giugno del 2015 l’Europa si difende murando le frontiere. All’atto della caduta del Muro di Berlino, nel mondo esistevano una quindicina di frontiere di cemento, oggi se ne contano decine e decine: ci sono quelle tra Usa e Messico, tra Israele e Cisgiordania, tra Grecia e Turchia lungo il fiume Evros, filo spinato per proteggere Ceuta e Melilla, due enclave in Marocco. Dodici anni fa il Botswana costruì un reticolato elettrificato più di 800 chilometri alla frontiera con lo Zimbabwe. Nel Vecchio Continente senza più frontiere economiche e commerciali resistono quattro grandi barriere: Belfast nell’Irlanda del nord, Mostar nella Bosnia-Herzegovina, Mitrovica nel Kosovo e l’isola di Cipro. Ma ora il filo spinato deve difendere da altre paure e preoccupazioni: se nel Novecento aveva un carattere politico per un mondo uscito diviso dalla Seconda Guerra mondiale, con il nuovo Millennio si sono moltiplicati i muri anti-immigrazione.

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Hello Pluto!

tn-p_lorri_fullframe_colorÈ un evento eccezionale, che dovrebbe tenerci con il fiato sospeso ma (e questo la dice lunga su quanto sia alto l’interesse per la scienza in Italia) se ne parla meno di quanto si dovrebbe.

Fra poche ore (2 circa) (in realtà mentre state leggendo la sonda è già passata NdR ) la sonda New Horizons, dopo 9 anni di viaggio, sorvolerà il pianeta (anzi, il “pianeta nano”) Plutone, scoperto solo nel 1930. Non lo abbiamo mai visto come lo vedremo ora, troppo lontano, troppo piccolo (più piccolo della Luna!), anche il più potente telescopio lo vede come un puntino. Con questa missione completiamo un altro passo nella conoscenza.

Plutone ha 5 satelliti (conosciuti), è un pianeta ghiacciato con un’atmosfera ricca di metano con una temperatura alla superficie di circa -234°C e frequenti tempeste di neve, il suo polo sud è uscito dalla notte nel 1987 e vivrà di giorno, con una flebile luce solare, fino al 2107, un mondo molto lontano dal nostro ed ai limiti del sistema solare.
Due curiosità: a bordo della sonda le ceneri di chi ha scoperto Plutone e due monetine degli USA. Perché poi New Horizons si perderà nel buio assoluto.

Stupisce come un evento del genere, sicuramente storico, sia praticamente ignorato dall’informazione generale.

Nelle prossime ore le prime immagini di Plutone da vicino e per chi volesse seguire la missione della sonda, ecco il sito della Nasa: http://www.nasa.gov/mission_pages/newhorizons/main/index.html
Buon viaggio, New Horizons.

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La libertà di panorama

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Il 16 giugno l’europarlamentare tedesca Julia Reda ha proposto al parlamento europeo di estendere la libertà di panorama a tutta l’Europa.

Per libertà di panorama si intende il diritto a scattare e pubblicare foto di edifici e opere d’arte (come sculture e monumenti) che si trovano in luoghi pubblici, senza infrangere con questo il diritto d’autore.

In Europa la legislazione che tutela questo diritto varia da paese a paese: in alcuni si possono fotografare solo gli edifici, in altri solo le opere d’arte, in altri non c’è nessuna restrizione.

La libertà di panorama in Italia
La legge italiana sul diritto d’autore permette di fotografare e pubblicare le immagini di opere d’arte solo a scopo “di critica o di discussione”, a patto di non fare “concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera”. Queste restrizioni restano in vigore fino a settant’anni dopo la morte dell’autore. Inoltre tutti i beni culturali possono essere fotografati solo se si ha l’autorizzazione dell’ente che li gestisce.

In pratica, come raccontava il giornalista Luca Spinelli in un’inchiesta del 2007, fotografare la stazione di Milano e pubblicare la foto su Wikipedia è vietato. L’inchiesta spinse il deputato Franco Grillini a presentare un’interrogazione parlamentare. Il governorispose nel febbraio del 2008 affermando che in Italia la libertà di panorama, anche se non è espressamente disciplinata dalla legge, è riconosciuta in base al principio per il quale ciò che non è vietato da una norma deve essere considerato lecito. In seguito sono state presentate diverse proposte di legge sulla questione, ma non hanno mai portato all’introduzione di una normativa specifica. Quindi, la libertà di panorama in Italia non esiste, ma in certi casi le autorità lasciano correre.

Il legame tra l’uso commerciale e non commerciale di un’immagine oggi è molto sottile

Le proposte presentate al parlamento europeo
Accanto alla proposta di Julia Reda sull’estensione della libertà di panorama, il parlamento europeo dovrà valutare un emendamento presentato dal francese Jean-Marie Cavada, che chiede invece una drastica restrizione. Cavada vorrebbe che per tutte le foto e le riprese di opere protette dal diritto d’autore fosse obbligatoria un’autorizzazione preventiva del titolare all’uso commerciale.

Ma Reda sostiene che sarebbe anacronistico richiedere questo permesso nell’era digitale e dei social network.

Anche se l’emendamento di Cavada riguarda solo le immagini pubblicate a scopo commerciale, continua Reda, il legame tra l’uso commerciale e non commerciale di un’immagine oggi è molto sottile. Se, per esempio, pubblichiamo una foto su Facebook non ci guadagniamo nulla, ma accettiamo automaticamente le condizioni d’uso che garantiscono all’azienda la possibilità di sfruttare quell’immagine a fini commerciali (sezione 9.1 delle condizioni d’uso di Facebook) e dichiariamo di avere tutti i permessi per pubblicarla (sezione 5.1).

Se l’emendamento passasse, l’uso commerciale di immagini che ritraggono un edificio pubblico richiederebbe l’autorizzazione dell’architetto, quindi sarebbe nostra responsabilità capire se l’edificio è ancora protetto dal diritto d’autore. Poi bisognerebbe contattare il titolare dei diritti per ottenere non solo l’autorizzazione alla pubblicazione dell’immagine sul nostro profilo, ma anche il possibile uso commerciale che potrebbe farne Facebook. Solo allora potremmo condividere la foto.

Il caso Wikipedia
La questione è complicata, come spiegava Spinelli, soprattutto per siti come Wikipedia, che applicano ai loro contenuti una licenza creative commons, cioè il permesso di riprodurre tutto anche a fini commerciali. Se passasse l’emendamento proposto da Cavada, moltissime immagini dovrebbero essere rimosse dalle pagine dell’enciclopedia online e sarebbe estremamente difficile trovare delle alternative utili. È per questo che nel 2007 la sezione italiana di Wikipedia scelse di eliminare le fotografie che raffiguravano opere architettoniche di progettisti ancora in vita o morti da meno di settant’anni. Il 5 luglio 2015 Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia, in un articolo sul Guardian ha spiegato quali sarebbero le conseguenze nella creazione e nella condivisione di contenuti culturali se la proposta passasse.

La legge negli Stati Uniti: l’Ansel Adams act
Negli Stati Uniti a gennaio è stata presentata al congresso una proposta di legge in favore della libertà di panorama, si chiama Ansel Adams acted è intitolata a uno dei fotografi che hanno contribuito a far conoscere e quindi a proteggere il patrimonio paesaggistico e culturale del paese.

Partendo dal principio che “le fotografie e i video sono forme di espressione” e che di conseguenza “arrestare i fotografi, sequestrare le attrezzature, fare multe e richiedere permessi” devono essere considerate “restrizioni della libertà di espressione e di stampa”, la proposta di legge vorrebbe vietare agli agenti federali e alle guardie di sicurezza private di “sequestrare attrezzature o contenuti nelle schede di memoria delle macchine fotografiche o delle videocamere, e di chiedere ai fotografi o ai videomaker di cancellare le proprie immagini”. Il suo obiettivo è impedire che i “futuri Ansel Adams” siano ostacolati nel loro lavoro.

L’ultima concessione
Il 2 luglio 2015 la Casa Bianca ha abolito, dopo quarant’anni, il divieto per i turisti di scattare fotografie durante le visite alla residenza del presidente americano. La notizia è stata diffusa sul profilo Instagram della first lady Michelle Obama. Un passo in avanti verso la libertà di fotografare. (Rosy Santella)

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Un anarchico del 1955 era molto più cristiano di molti cristiani del 2015

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Esistono, nella dinamica di discorsi, saggi, lettere, romanzi, film e di tutti gli altri atti di comunicazione umani, perfino delle chiacchiere, dei concetti laterali. Mentre ascoltiamo quei discorsi, mentre leggiamo quei saggi, quelle lettere e quei romanzi, mentre partecipiamo a quelle chiacchiere, questi concetti ci sfuggono. Il 99 per cento di quei granelli di sabbia concettuale ci sfuggono tra le mani. Il 99 per cento. Quell’1 che manca, invece, dopo un po’ torna.

Settimana scorsa ho letto la trascrizione di un dibattito che si svolse nel 1955 ad Atene. Tra gli ospiti, quello a cui volevano tutti fare domande era il francese Albert Camus. Tra le tante parole che il francese spese nelle tante risposte alle domande che gli vennero poste — quasi tutte riferite alla natura e al futuro dell’Europa — ne ho letto alcune che parlavano anche d’altro e che, proprio come uno di quei concetti laterali di prima, non ho dimenticato. Uno di quelli che fa parte di quell’1 per cento di cui sopra.

Era il 28 aprile del 1955, e ad Atene si parlava dell’utopia di creare un’Europa senza confini interni, un’Europa i cui le strutture post feudali degli stati nazione si potessero dissolvere, una vera nuova creatura, non un Frankenstein di pezzi morti come la conosciamo ora. Un greco di cui ora non ricordo il nome ci sperava. Camus pure, ma, forse perché, rispetto al greco, conosceva meglio i suoi simili, seppe essere realista, anche se in quel momento pensava solo di essere pessimista. Insomma, disse una frase di quelle spesse, con dentro un sacco di roba su cui varrebbe la pena riflettere, tra cui, un finale grandioso:

Le ferite della guerra appena conclusa sono troppo fresche perché possiamo sperare che delle collettività nazionali facciano questo sforzo di cui sarebbero capaci soltanto degli individui superiori e che consiste nel dominare i propri risentimenti.

Dominare i propri risentimenti… assomiglia molto ad un messaggio cristiano e forse lo è, ma a patto che quel povero Cristo che, da duemila anni, fa da prefisso all’aggettivo, fosse un uomo, e non come pensano in un bel po’, un dio. Qua dio non c’entra nulla, qua dio è l’uomoe, potenzialmente lo siamo tutti.

Camus era un marxista, e lo era talmente che come tutti i marxisti intelligenti, a un certo punto lascia il partito comunista e continua la sua strada da anarchico, ovvero da individuo che ha capito che la legge non serve se non a dividere il mondo tra chi la applica e chi la subisce, e chele leggi vere sono dentro ognuno di noi, che si insegnano con l’esempio, e che, per elevarsi di un gradino da quell’essere umano che negli ultimi millenni si è scannato per il potere, non serve una religione, ne tantomeno un dio — che se è a immagine e somiglianza d un mostro, è un mostro, anche se si chiama dio — ma basta credere negli uomini.

L’evoluzione a cui accenna Camus riguarda quelli che chiama individui superiori. Quando il francese dice superiori, però, non intende superiori per potere, né per possesso di denaro, né tantomeno per l’avere nelle vene sangue di antenati nobili. No, quando dice superiori, Camus parla di una qualità molto rara: la capacità di dominare i propri risentimenti.

Albert Camus disse quella frase nel 1955. 15 anni prima dell’ottenimento in Italia del diritto a rompere il legame del matrimonio; 23 anni prima del diritto all’aborto; 26 anni prima che uscisse dalla legge il delitto d’onore e il matrimonio riparatore.

Da quel giorno sono passati sessant’anni, e noi non solo non siamo diventati quegli individui superiori che Camus sperava diventassimo, ma siamo diventati ancora più bestie, ancora più laidi e mostrificati, incapaci di provare la minima compassione per chi ci sta attorno.

Le ultime tappe di questa linea involutiva le ho viste sabato, quando decine di migliaia di persone, a Roma, hanno manifestato contro il diritto di altre milioni di vedere allargati i propri diritti senza che nessun diritto di altri venga intaccato; mentre altre migliaia, a Pontida, hanno ascoltato plaudenti un capopopolo che cavalca la loro rabbia e la loro ignoranza, abdicando a un sacco di cose che proprio dal messaggio cristiano abbiamo — e hanno pure loro, in teoria anche più di me — ereditato: solidarietà,compassionemisericordia.

Migliaia di persone che anche se fossero un milione sarebbero comunque la netta minoranza di questo paese. Persone che sbraitano contro i potenziali diritti di altri milioni di persone e che lo fanno brandendo simboli a cui è appiccicato quello stesso aggettivo “cristiano” di cui sopra. Un aggettivo di cui ne sapeva molto di più Camus, e di cui ne so molto di più io, rispetto a quelle migliaia di persone che Cristo lo pregano tutti i giorni, ma che sabato, se lo avessero avuto davanti sulla croce, non l’avrebbero distinto dai due ladroni che gridavano di voler uccidere.

Io non sono battezzato, ma non mi serve essere bagnato con l’acqua stantia di un battistero, né mi serve mangiare una pastiglia di finto pane pensando, come i cannibali, che mangiando un pezzo del mio dio possa diventare un po’ come lui. A me non serve una essere cristiano per essere più cristiano di loro. Come lo era Camus: un anarchico esistenzialista ateo del 1955 che era molto più cristiano di un Mario Adinolfi del 2015.

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Ecologia e sviluppo economico: è possibile crescere all’infinito su un pianeta finito?

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Più volte ho denunciato la fine d’epoca che stiamo vivendo. Un’epoca storica cominciata con la Rivoluzione Industriale e che si sta concludendo con la finanziarizzazione dell’economia, cioè con costanti iniezioni di adrenalina in un corpo economico oramai deceduto per gli eccessi dovuti alla presunzione di un modello capitalista di crescere in maniera infinita su di un pianeta finito.

Un terremoto epocale sta scuotendo tutti i pilastri su cui si regge la nostra società; i pilastri economici, culturali, politici, ambientali e spirituali. In ogni ambito, ogni categoria chiamata in causa, propone le proprie soluzioni. Soluzioni che però nascono negli stessi ambienti che hanno causato la grande crisi che stiamo vivendo.

La crisi del ’29 si poteva superare con una nuova economia e infatti le politiche keynesiane del New Deal hanno rilanciato la crescita. Oggi una crescita come si è avuta dopo la seconda guerra mondiale è una chimera. Dopo il 1945 la spesa pubblica per ricostruire interi Paesi distrutti dalla guerra ha portato a quel boom la cui parabola si è conclusa da tempo.

Tim Jackson nel suo testo Prosperità senza crescita afferma che: “Nessun sottosistema di un sistema finito può crescere all’infinito: è una legge fisica. Gli economisti dovrebbero riuscire a spiegare come può un sistema economico in continua crescita inserirsi all’interno di un sistema ecologico finito”.

In effetti, alla quasi totalità degli economisti, sembra prevalere una miopia che li rende incapaci di focalizzare i limiti e i costi ambientali. Una miopia che rende difficile leggere gli scenari futuri del tutti inediti che ci attendono. Tuttavia, nel vigente monoteismo economico in cui l’uomo è stato trasformato in merce, gli economisti sono i moderni oracoli che tutti consultano auspicando di ricevere predizioni fauste sulla crescita. Predizioni che puntualmente risultano vane.

Limitando l’analisi al nostro Paese si evince che dal 1960 ad oggi il Pil è triplicato mentre il numero di occupati è rimasto il medesimo, a fronte di un incremento della popolazione da 47 a 62 milioni, il che significa che il Pil è triplicato mentre i posti di lavoro sono scesi del 25 (per approfondire Pecore da tosare di Andrea Bizzocchi, Il punto di Incontro, 2013, ndr).

La realtà è che in Occidente, nonostante che l’uomo a colpi di spot pubblicitari sia stato trasformato in un consumatore, la crescita non c’è e non ci potrà essere più in maniera costante e soprattutto non potrà garantire occupazione.

Un altro assunto che sembra sfuggire al paradigma dominate è il carico ambientale. L’ecologista Max Strata in Oltre il limite, noi e la crisi ecologica descrive come in nome del dogma della crescita il Pianeta sia diventato un luogo sempre meno ospitale e che se l’impatto contro il muro ecologico oramai è certo sarebbe auspicabile il prima possibile ridurre la velocità.

Di ambiente e crisi ecologica si parlerà il 5 e il 6 giugno a Terra Nuova Festival presso Marina di Pietrasanta, al parco della Versiliana (dove si tiene anche la festa de Il Fatto). Saranno giorni di dibattiti ove si tenterà di seminare una consapevolezza assente nel nostro Paese. LoSblocca Italia di Renzi con lo stimolo a nuove cementificazioni, all’estrazione di petrolio e all’incenerimento dei rifiuti è una nefasta testimonianza di come il dibattito sulla questione ambientale sia assente. Assente prima di tutto dagli organi d’informazione che, come tutti i partiti dell’arco costituzionale, si conformano alla volontà delle lobby del cemento e del petrolio.

Ancora una volta dal basso occorre far partire il cambiamento, ma c’è poco tempo. Nel settembre del 2013 gli scienziati dell’Ipcc (il gruppo intergovernativo dell’Onu) hanno presentato un rapporto, frutto di sei anni di studi, dal quale si evince che la temperatura media del pianeta potrebbe aumentare in questo secolo di 5,5 gradi rispetto all’era preindustriale. L’aumento del livello dei mari, derivante dalla fusione dei ghiacciai, causerebbe la scomparsa di intere nazioni come il Bangladesh: i profughi ambientali sarebbero centinaia di milioni.ù

I disgraziati che vengono lasciati annegare in questi giorni nel mediterraneo rischiano di essere solo un amaro antipasto. E attenzione icambiamenti climatici sono causati dal neoliberismo occidentale con la sua folle pretesa di poter crescere in maniera infinita su di un pianeta finito.

Gianluca Ferrara
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