Il lupo e il filosofo

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“Se volessi definire gli esseri umani con una frase direi: gli uomini sono quegli animali che credono alle storie che raccontano su se stessi.”

Il lupo e il filosofo (Mark Rowlands)

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Autostrade ciclabili in Danimarca

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Non sono semplici piste ciclabili, ma vere e proprie autostrade riservata alle biciclette. È quanto accade in Danimarca dove, a distanza di un anno, ne sono già state realizzate 29.

Queste strade non hanno intersezioni con altre vie e, a distanza regolare di 1,5 km, si trovano stazioni di servizio dove, invece di fare benzina, è possibile fare manutenzione del mezzo e gonfiare le gomme.

L’esperienza danese ha avuto un eneorme successo e ha dimostrato le persone preferiscono usare la bici per spostamenti non superiori a 15 chilometri rispetto a un mezzo pubblico o privato. Una scelta che permette di risparmiare molto in termini di emissioni e di costi sanitari, quest’ultimi valutati in 40 milioni di euro l’anno.

L’uso della bicicletta e il conseguente esercizio fisico, infatti, hanno contribuito alla riduzione della spesa per cure e ricoveri derivanti da malattie della respirazione e dellacircolazione.

Il successo di questo progetto di mobilità urbana a impatto zero ha contagiato anche altri paesi (tutti del Nord Europa) come Germania, Gran Bretagna e Svezia che hanno deciso di investire in questa differente opportunità di trasporto.

L’obiettivo futuro è quello di promuovere ed estendere il progetto a tutti i paesi dell’Unione europea per una mobilità diffusa a zero emissioni.

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E col 2013 avremo il primo animale Ogm da tavola

Il primo animale geneticamente modificato sembra ormai destinato a sbarcare sulle tavole dei consumatori americani. Si tratta di un salmone ingegnerizzato per crescere al doppio della velocità. L’authority ha già dato il primo via libera. E potrebbe aprire la strada a nuovi alimenti biotech.

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Dopo anni di discussioni, polemiche, critiche, accuse e contro-accuse si è finalmente arrivati al dunque: il primo animale geneticamente modificato sembra ormai destinato a sbarcare sulle tavole dei consumatori americani. Verrà poi il turno anche della vecchia Europa, nonostante le sue leggi più restrittive?

Soltanto pochi giorni fa, infatti, la Food and Drug Administration ha rilasciato due documenti relativi a una controversa specie di salmone chiamata AquAdvantage, ingegnerizzata dall’AquaBounty Technology del Massachusetts per crescere al doppio della velocità. Scopo del progetto: venire incontro alla crescente domanda di pesce da parte dei mercati mondiali.

Nei rapporti si afferma che l’animale non ha nessun impatto ambientale significativo e che è allo stesso tempo sicuro per il consumo umano. Si tratta, in sostanza, del preludio all’approvazione definitiva per il mercato. «L’Fda – si legge in un documento – ha concluso che il cibo derivante dal salmone AquAdvantage è sicuro quanto quello del comune salmone dell’Atlantico. Esiste la ragionevole certezza che consumarlo non possa causare alcun danno». L’agenzia, inoltre, ritiene adeguate le misure di sicurezza concepite per affrontare eventuali rischi – sia per l’uomo che per l’ambiente. I salmoni biotech saranno solo femmine sterili, e verranno allevati in apposite strutture per evitare che interagiscano in modi inaspettati con l’ambiente circostante.

Ma come è stata ingegnerizzato questo animale? Esso contiene un gene che deriva da una specie “cugina” – il salmone reale – ed è in grado di produrre una maggiore quantità di ormoni della crescita. Ciascun salmone è così in grado di diventare adulto più in fretta: l’ovvio vantaggio è che diminuiscono i costi di produzione e l’allevamento diventa più economico. Questo potrebbe dunque portare a un prezzo inferiore per il consumatore finale, con una specie in teoria quasi indistinguibile dall’originale.

Com’era prevedibile, tuttavia, l’annuncio è stato subito bersagliato da un fuoco di critiche ad alzo zero. C’è chi si dice preoccupato che l’Fda non abbia indagato a sufficienza la possibilità di reazioni allergiche al salmone, chi teme che nonostante le misure di sicurezza ci sia ancora il rischio che gli animali possano provocare danni all’ambiente.

Non mancano neppure pesanti accuse all’amministrazione Obama. Genetic Literacy Project, un’organizzazione non governativa, è riuscita a scovare un documento confidenziale da cui risulta che l’Fda era pronta a dare il via libera al salmone transgenico già dall’aprile scorso. Il sospetto, dunque, è che la Casa Bianca abbia fatto pressione per rimandare l’uscita dei documenti, così da non incendiare ulteriormente la campagna per le presidenziali americane – soprattutto su un tema così sensibile e controverso. Pur non avendo in sé nessuna rilevanza sulla sicurezza del salmone, questa scoperta ha seminato dubbi sull’effettiva indipendenza dell’agenzia americana.

La casa produttrice di AquAdvantage, dal canto suo, aveva richiesto l’approvazione del proprio prodotto già dal 1995. Il cammino burocratico è stato lungo e difficile, ma sembra essere arrivato alle fasi finali. Il pubblico avrà ora 60 giorni per discutere e commentare i documenti rilasciati dall’Fda. Se verranno trovate criticità o inaccuratezze nell’analisi, l’agenzia americana potrebbe rivedere la propria decisione; nel caso arrivasse il via libera, invece, il salmone AquAdvantage potrebbe diventare il primo di una lunga lista, sdoganando un’intera classe di nuovi alimenti biotech.

Davide Mancino

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Non si vive di soldi, ma di passioni

Everest come Gardaland, intervista a Simone Moro dopo la rinuncia al progetto di salire Everest e Lhotse

24.05.2012 di Vinicio Stefanello

Photo by Simone Moro

Intervista a Simone Moro che oggi è ritornato al Campo Base dell’Everest rinunciando al suo progetto di salire, in successione e senza ossigeno supplementare, Everest e Lhotse a causa del grandissimo affollamento sulla montagna (in più di 200 stanno tentando di salirla) e dei pericoli che ciò comporta.

“Impressionante, era davvero come essere a Gardaland….”. Sono le prime parole di Simone Moro dal Campo base sud dell’Everest. La Gardaland è, appunto, la montagna più alta della terra. Lì questa mattina Simone s’è ritrovato con una folla impensabile. Più di 200 persone che lentamente salivano verso il Colle Sud. Per Moro ci sono stati pochi dubbi: ha abbandonato la pazza folla, insieme al suo progetto di salire in successione Everest e Lhotse senza ossigeno supplementare. Troppo lento il tutto. Troppa impreparazione da parte di troppi. Assolutamente assurdo lasciarsi “comandare” e intrappolare nei ritmi di quell’enorme fila… Insomma, troppo rischioso. Questo chi frequenta l’Himalaya, ma anche chi ne segue le cronache, lo sa. Ma evidentemente le molte lezioni, fra tutte quelle delle tragedie successe all’Everest nel 1996 e più recentemente al K2 nel 2008 non sono servite. Né sono serviti gli incidenti e i 4 morti che hanno riempito proprio le cronache dall’Everest di questi ultimi giorni. E’ un discorso lungo quello dell’affollamento e anche dell’impreparazione di chi affronta l’Himalaya. Il solito discorso sulle spedizioni commerciali, dirà qualcuno. Ma bisogna affrontarlo. Prima di tutto dicendo chiaramente che non tutte le spedizioni commerciali sono uguali, che c’è anche chi, come Russel Brice, ha deciso di interrompere la sua spedizione perché riteneva che ci fosse troppo pericolo per i suoi clienti. Poi cercando di parlarne il più possibile. Cercando un po’ di riprendere e ricordare quella cultura dell’andar per montagne che sembra scomparsa (almeno all’Everest). E’ anche per questo che vi proponiamo questa lunga chiacchierata a caldo (rigorosamente via Skype) con Simone Moro.

Il resto qui

Earth overshoot day

Altro che debito sovrano: per far fronte al debito che stiamo accumulando nei confronti del nostro pianeta non ci sarà nessun fondo “salva-stati” a tutelarci. Secondo l’Ong, Global Footprint Network, dall’inizio dell’anno ad oggi, 27 settembre, abbiamo consumato le risorse naturali che la Terra è in grado di rigenerare in un anno. Alle condizioni attuali, in termini di popolazione e consumo, per chiudere l’anno “in pareggio” dovremmo avere a disposizione un pianeta circa mezza volta più grande.

Oggi è dunque l’ “Earth Overshoot Day”, ovvero il giorno in cui stiamo “oltrepassando i limiti della Terra”. Il dato elaborato dall’organizzazione non governativa e dalla fondazione inglese New Economics, si basa su tre fattori principali: quanto consumiamo, quanti siamo sul pianeta, e quanto la natura è capace di produrre. Anche se le innovazioni tecnologiche hanno consentito un aumento della produttività ad esempio agricola, tale aumento non regge il passo della crescita constante della popolazione nonché della crescita dell’ammontare complessivo delle risorse necessarie.

La richiesta di servizi che l’umanità avanza nei confronti della natura, dalla produzione di risorse primarie all’assorbimento e al trattamento dei rifiuti, dunque la sua “impronta ecologica”, supera di gran lunga la capacità biologica dell’ecosistema Terra di produrre risorse utili al nostro sostentamento e di assorbire i rifiuti, in primis l’anidride carbonica. All’interno della nostra impronta ecologica, la componente che incide di più e che cresce più velocemente è proprio la produzione di anidride carbonica, causa principale del cambiamento climatico.

Secondo quanto riportato sul sito del Gfn, l’indicazione è confermata da quattro differenti simulazioni che considerano la produttività delle diverse tipologie di riserve naturali (dal mare alle foreste passando per i terreni agricoli), partendo dai dati forniti da agenzie internazionali come la Fao o dalle rilevazioni satellitari della Nasa.

Negli ultimi cinquant’anni il trend è chiaramente negativo: agli inizi degli anni Sessanta, in 12 mesi consumavamo tra il 60 e l’80% delle risorse che la Terra era in grado di assicurarci per un anno, mentre il 100% lo abbiamo già superato una decina d’anni dopo. Nel 2011 ne consumeremo il 135%. Dal 2001 ad oggi, il giorno dell’ “overshoot” è arrivato sempre prima, in media di 72 ore: l’anno scorso, ad esempio, era il primo ottobre.

Cosa significa tutto ciò? Semplice: che abbiamo imboccato una strada non più percorribile: l’insostenibilità. E al di là di scenari eccessivamente catastrofici, che maggiori necessità si scontreranno sempre più con una minore disponibilità pro-capite di risorse, ed è inutile sottolineare come ciò andrà ad incidere ulteriormente sulla già scarsa qualità della vita delle popolazioni più povere.

Il merito di queste rivelazioni, probabilmente discutibili da un punto di vista metodologico ma difficilmente contestabili in un’ottica più generale – in altre parole si può obiettare sul “quanto” la nostra impronta ecologica ecceda le risorse planetari, non sul fatto che sia insostenibile sul lungo periodo – è quello di portarci a riflettere su di un tema perennemente invocato, dal parrucchiere, nei talk show così come in Parlamento: la crescita. Della produzione così come dei consumi. E con esso l’assunzione del Pil a indicatore unico del nostro benessere.

Forse sarebbe il caso di utilizzare il lavoro del Gfn per riattivare il dibattito sui nuovi indicatori per la crescita, indicatori secondo i quali il benessere non sia dato soltanto da quante automobili riusciamo a produrre e a vendere, ma anche da fattori sociali e ambientali. Come è andata a finire la commissione Stiglitz voluta su questo tema dal presidente francese Nicolas Sarkozy?

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