Come siamo arrivati a questo punto?

Marcus Lyon SANTA TERESA, RIO DE JANEIRO (2008)

 

In fondo siamo creature frutto di una evoluzione durata milioni di anni. Il sole determina da sempre i nostri cicli giornalieri e stagionali e stimola persino la nostra produzione di vitamina D, importante per le ossa. Non mi stupirei se avesse anche effetti antidepressivi.
Cosa ci facciamo allora chiusi in case, uffici e fabbriche illuminati da luce artificiale, il giorno come la notte? Lampadine, monitor del computer, televisori sparati sul volto. Il sole ci accontentiamo di vederlo dalle finestre. “Che bella giornata, c’è il sole!” e poi andiamo in un centro commerciale con l’aria condizionata.
Forse non è antidepressivo il sole: forse è depressivo il resto. Il sole non è una cura ma è la sua assenza ad essere una malattia.
Non siamo programmati per questo. Il nostro DNA si è evoluto in mezzo alla natura e invece passiamo la vita fra quattro muri bianchi, con luci artificiali ed il climatizzatore.
Quanto è poco naturale la nostra esistenza. Anche questo un bell’indizio su cui riflettere.
Avete mai sentito qualcuno che si stufa della propria vita, e vuole andare a fare il commercialista? L’avvocato? L’operaio in fabbrica?
Io ho sentito solo di persone che vogliono aprire un bar in spiaggia, o la malga in montagna, o avere il proprio orticello.
Nessuno escluso, tutti sentiamo il richiamo della natura in qualche sua forma, quando lo stress si fa insopportabile. Allora perché abbiamo eliminato del tutto la natura dalle nostre case, dalle nostre città e dai luoghi in cui passiamo la maggior parte del nostro tempo?

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DRM? No grazie

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Nook chiude i battenti e i clienti perdono i libri che hanno acquistato. Sarebbe un’ordinaria storia di mercato se non fosse per un piccolo dettaglio: non possediamo i beni digitali che compriamo, in questo caso ebook con DRM (Digital Rights Management).
L’annuncio recita che la società ha deciso di uscire dal mercato britannico, probabilmente vedendosi incapace di competere con Amazon o di trovare una nicchia redditizia. Fin qui nulla di strano, ma il testo aggiunge anche che la società sta cercando di stipulare un accordo con Sainsbury’s Entertainment on Demand “per assicurare che avrete accesso alla gran maggioranza dei libri Nook che avete comprato senza costi aggiuntivi”.

La grande maggioranza. Vale a dire che qualcuno ha comprato dei libri ma ora che il venditore abbassa la serranda non li possiede più (non li possedeva nemmeno prima in realtà). Dovranno farsene una ragione, o sperare nell’intervento risolutore dell’autorità garante per il commercio o le associazioni per la difesa dei diritti del consumatore.

Tocca tutti noi

Eccoci allora con una nuova occasione per affermare che i DRM possono causare problemi – ma qualcuno si spinge a definirli un’invenzione diabolica. In estrema sintesi, la sigla indica quegli strumenti digitali atti a impedire la copia di un file, evitare che chi compra un film poi lo copi e lo faccia circolare in modo illegittimo.

In pratica però chi compra un file protetto non ne è davvero proprietario. È scritto anche sull’accordo di licenza (che nessuno legge): si tratta più che altro di un noleggio a vita. Alla morte del cliente, o quando l’azienda decide di chiudere, si perde anche la proprietà digitale. Fuori discussione quindi la possibilità di rivendere l’usato, o di cedere i propri beni digitali in eredità ai figli.

Vale per un gioco comprato su Steam, un album preso su iTunes, o un libro di Amazon e tanti altri esempi.

Un problema linguistico

È importante affermare un principio: le aziende hanno tutto il diritto di proporre questo tipo di accordo. Non c’è nulla di male nell’eliminare il trasferimento di proprietà in favore di una concessione in licenza. Ed è altrettanto legittimo il tentativo di prevenire atti illeciti, così come sono legittime le leggi a tutela del diritto d’autore. Ma è legittimo anche il diritto a scegliere in piena libertà e consapevolezza, da parte del consumatore.

Il problema è quindi che tutti questi servizi usino termini come “comprare” o vendere”. I vocabolari ci dicono chiaramente che queste parole implicano il trasferimento di proprietà. Alcuni clienti avranno letto articoli come questo e sapranno a cosa vanno incontro, ma la maggior parte finirà per pensare l’ovvio: se lo compro è mio. E invece non è così. Abbiamo comprato, perché il pulsante diceva “compra” o “acquista”. Ma non possediamo.

Sarebbe preferibile che si usassero parole diverse, per garantire una comunicazione chiara, che si applicasse un principio simile a quello del consenso informato in medicina. Ecco, magari invece di “compra” potrebbero scrivere “noleggia a vita”, giusto per chiarire che la proprietà resta del fornitore. Potremmo farlo almeno per qualche anno, giusto per dare il tempo a tutti di abituarsi a questo fenomeno, e ai linguisti di aggiornare i vocabolari.

Ad alcuni sembrerà un dibattito superfluo, ma è bene tenere presente che siamo solo all’inizio: oggi la questione dei DRM si applica a prodotti culturali, ma si sta già facendo strada in altri campi. Abbiamo già visto in passato come anche nel caso delle automobili, comprare non equivale a possedere. E naturalmente c’è il software, e ci saranno elettrodomestici, abitazioni, persino l’abbigliamento. 

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La libertà di panorama

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Il 16 giugno l’europarlamentare tedesca Julia Reda ha proposto al parlamento europeo di estendere la libertà di panorama a tutta l’Europa.

Per libertà di panorama si intende il diritto a scattare e pubblicare foto di edifici e opere d’arte (come sculture e monumenti) che si trovano in luoghi pubblici, senza infrangere con questo il diritto d’autore.

In Europa la legislazione che tutela questo diritto varia da paese a paese: in alcuni si possono fotografare solo gli edifici, in altri solo le opere d’arte, in altri non c’è nessuna restrizione.

La libertà di panorama in Italia
La legge italiana sul diritto d’autore permette di fotografare e pubblicare le immagini di opere d’arte solo a scopo “di critica o di discussione”, a patto di non fare “concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera”. Queste restrizioni restano in vigore fino a settant’anni dopo la morte dell’autore. Inoltre tutti i beni culturali possono essere fotografati solo se si ha l’autorizzazione dell’ente che li gestisce.

In pratica, come raccontava il giornalista Luca Spinelli in un’inchiesta del 2007, fotografare la stazione di Milano e pubblicare la foto su Wikipedia è vietato. L’inchiesta spinse il deputato Franco Grillini a presentare un’interrogazione parlamentare. Il governorispose nel febbraio del 2008 affermando che in Italia la libertà di panorama, anche se non è espressamente disciplinata dalla legge, è riconosciuta in base al principio per il quale ciò che non è vietato da una norma deve essere considerato lecito. In seguito sono state presentate diverse proposte di legge sulla questione, ma non hanno mai portato all’introduzione di una normativa specifica. Quindi, la libertà di panorama in Italia non esiste, ma in certi casi le autorità lasciano correre.

Il legame tra l’uso commerciale e non commerciale di un’immagine oggi è molto sottile

Le proposte presentate al parlamento europeo
Accanto alla proposta di Julia Reda sull’estensione della libertà di panorama, il parlamento europeo dovrà valutare un emendamento presentato dal francese Jean-Marie Cavada, che chiede invece una drastica restrizione. Cavada vorrebbe che per tutte le foto e le riprese di opere protette dal diritto d’autore fosse obbligatoria un’autorizzazione preventiva del titolare all’uso commerciale.

Ma Reda sostiene che sarebbe anacronistico richiedere questo permesso nell’era digitale e dei social network.

Anche se l’emendamento di Cavada riguarda solo le immagini pubblicate a scopo commerciale, continua Reda, il legame tra l’uso commerciale e non commerciale di un’immagine oggi è molto sottile. Se, per esempio, pubblichiamo una foto su Facebook non ci guadagniamo nulla, ma accettiamo automaticamente le condizioni d’uso che garantiscono all’azienda la possibilità di sfruttare quell’immagine a fini commerciali (sezione 9.1 delle condizioni d’uso di Facebook) e dichiariamo di avere tutti i permessi per pubblicarla (sezione 5.1).

Se l’emendamento passasse, l’uso commerciale di immagini che ritraggono un edificio pubblico richiederebbe l’autorizzazione dell’architetto, quindi sarebbe nostra responsabilità capire se l’edificio è ancora protetto dal diritto d’autore. Poi bisognerebbe contattare il titolare dei diritti per ottenere non solo l’autorizzazione alla pubblicazione dell’immagine sul nostro profilo, ma anche il possibile uso commerciale che potrebbe farne Facebook. Solo allora potremmo condividere la foto.

Il caso Wikipedia
La questione è complicata, come spiegava Spinelli, soprattutto per siti come Wikipedia, che applicano ai loro contenuti una licenza creative commons, cioè il permesso di riprodurre tutto anche a fini commerciali. Se passasse l’emendamento proposto da Cavada, moltissime immagini dovrebbero essere rimosse dalle pagine dell’enciclopedia online e sarebbe estremamente difficile trovare delle alternative utili. È per questo che nel 2007 la sezione italiana di Wikipedia scelse di eliminare le fotografie che raffiguravano opere architettoniche di progettisti ancora in vita o morti da meno di settant’anni. Il 5 luglio 2015 Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia, in un articolo sul Guardian ha spiegato quali sarebbero le conseguenze nella creazione e nella condivisione di contenuti culturali se la proposta passasse.

La legge negli Stati Uniti: l’Ansel Adams act
Negli Stati Uniti a gennaio è stata presentata al congresso una proposta di legge in favore della libertà di panorama, si chiama Ansel Adams acted è intitolata a uno dei fotografi che hanno contribuito a far conoscere e quindi a proteggere il patrimonio paesaggistico e culturale del paese.

Partendo dal principio che “le fotografie e i video sono forme di espressione” e che di conseguenza “arrestare i fotografi, sequestrare le attrezzature, fare multe e richiedere permessi” devono essere considerate “restrizioni della libertà di espressione e di stampa”, la proposta di legge vorrebbe vietare agli agenti federali e alle guardie di sicurezza private di “sequestrare attrezzature o contenuti nelle schede di memoria delle macchine fotografiche o delle videocamere, e di chiedere ai fotografi o ai videomaker di cancellare le proprie immagini”. Il suo obiettivo è impedire che i “futuri Ansel Adams” siano ostacolati nel loro lavoro.

L’ultima concessione
Il 2 luglio 2015 la Casa Bianca ha abolito, dopo quarant’anni, il divieto per i turisti di scattare fotografie durante le visite alla residenza del presidente americano. La notizia è stata diffusa sul profilo Instagram della first lady Michelle Obama. Un passo in avanti verso la libertà di fotografare. (Rosy Santella)

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Un anarchico del 1955 era molto più cristiano di molti cristiani del 2015

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Esistono, nella dinamica di discorsi, saggi, lettere, romanzi, film e di tutti gli altri atti di comunicazione umani, perfino delle chiacchiere, dei concetti laterali. Mentre ascoltiamo quei discorsi, mentre leggiamo quei saggi, quelle lettere e quei romanzi, mentre partecipiamo a quelle chiacchiere, questi concetti ci sfuggono. Il 99 per cento di quei granelli di sabbia concettuale ci sfuggono tra le mani. Il 99 per cento. Quell’1 che manca, invece, dopo un po’ torna.

Settimana scorsa ho letto la trascrizione di un dibattito che si svolse nel 1955 ad Atene. Tra gli ospiti, quello a cui volevano tutti fare domande era il francese Albert Camus. Tra le tante parole che il francese spese nelle tante risposte alle domande che gli vennero poste — quasi tutte riferite alla natura e al futuro dell’Europa — ne ho letto alcune che parlavano anche d’altro e che, proprio come uno di quei concetti laterali di prima, non ho dimenticato. Uno di quelli che fa parte di quell’1 per cento di cui sopra.

Era il 28 aprile del 1955, e ad Atene si parlava dell’utopia di creare un’Europa senza confini interni, un’Europa i cui le strutture post feudali degli stati nazione si potessero dissolvere, una vera nuova creatura, non un Frankenstein di pezzi morti come la conosciamo ora. Un greco di cui ora non ricordo il nome ci sperava. Camus pure, ma, forse perché, rispetto al greco, conosceva meglio i suoi simili, seppe essere realista, anche se in quel momento pensava solo di essere pessimista. Insomma, disse una frase di quelle spesse, con dentro un sacco di roba su cui varrebbe la pena riflettere, tra cui, un finale grandioso:

Le ferite della guerra appena conclusa sono troppo fresche perché possiamo sperare che delle collettività nazionali facciano questo sforzo di cui sarebbero capaci soltanto degli individui superiori e che consiste nel dominare i propri risentimenti.

Dominare i propri risentimenti… assomiglia molto ad un messaggio cristiano e forse lo è, ma a patto che quel povero Cristo che, da duemila anni, fa da prefisso all’aggettivo, fosse un uomo, e non come pensano in un bel po’, un dio. Qua dio non c’entra nulla, qua dio è l’uomoe, potenzialmente lo siamo tutti.

Camus era un marxista, e lo era talmente che come tutti i marxisti intelligenti, a un certo punto lascia il partito comunista e continua la sua strada da anarchico, ovvero da individuo che ha capito che la legge non serve se non a dividere il mondo tra chi la applica e chi la subisce, e chele leggi vere sono dentro ognuno di noi, che si insegnano con l’esempio, e che, per elevarsi di un gradino da quell’essere umano che negli ultimi millenni si è scannato per il potere, non serve una religione, ne tantomeno un dio — che se è a immagine e somiglianza d un mostro, è un mostro, anche se si chiama dio — ma basta credere negli uomini.

L’evoluzione a cui accenna Camus riguarda quelli che chiama individui superiori. Quando il francese dice superiori, però, non intende superiori per potere, né per possesso di denaro, né tantomeno per l’avere nelle vene sangue di antenati nobili. No, quando dice superiori, Camus parla di una qualità molto rara: la capacità di dominare i propri risentimenti.

Albert Camus disse quella frase nel 1955. 15 anni prima dell’ottenimento in Italia del diritto a rompere il legame del matrimonio; 23 anni prima del diritto all’aborto; 26 anni prima che uscisse dalla legge il delitto d’onore e il matrimonio riparatore.

Da quel giorno sono passati sessant’anni, e noi non solo non siamo diventati quegli individui superiori che Camus sperava diventassimo, ma siamo diventati ancora più bestie, ancora più laidi e mostrificati, incapaci di provare la minima compassione per chi ci sta attorno.

Le ultime tappe di questa linea involutiva le ho viste sabato, quando decine di migliaia di persone, a Roma, hanno manifestato contro il diritto di altre milioni di vedere allargati i propri diritti senza che nessun diritto di altri venga intaccato; mentre altre migliaia, a Pontida, hanno ascoltato plaudenti un capopopolo che cavalca la loro rabbia e la loro ignoranza, abdicando a un sacco di cose che proprio dal messaggio cristiano abbiamo — e hanno pure loro, in teoria anche più di me — ereditato: solidarietà,compassionemisericordia.

Migliaia di persone che anche se fossero un milione sarebbero comunque la netta minoranza di questo paese. Persone che sbraitano contro i potenziali diritti di altri milioni di persone e che lo fanno brandendo simboli a cui è appiccicato quello stesso aggettivo “cristiano” di cui sopra. Un aggettivo di cui ne sapeva molto di più Camus, e di cui ne so molto di più io, rispetto a quelle migliaia di persone che Cristo lo pregano tutti i giorni, ma che sabato, se lo avessero avuto davanti sulla croce, non l’avrebbero distinto dai due ladroni che gridavano di voler uccidere.

Io non sono battezzato, ma non mi serve essere bagnato con l’acqua stantia di un battistero, né mi serve mangiare una pastiglia di finto pane pensando, come i cannibali, che mangiando un pezzo del mio dio possa diventare un po’ come lui. A me non serve una essere cristiano per essere più cristiano di loro. Come lo era Camus: un anarchico esistenzialista ateo del 1955 che era molto più cristiano di un Mario Adinolfi del 2015.

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